Del perchè Fantaghirò è uno dei pochi prodotti cult della nostra tv

Avrò avuto 7 anni ed ero seduta nella cucina di mia nonna, che mi aveva fatto una camomilla – forse nella speranza di farmi andare a letto presto. A mandare a monte i suoi piani, però, ci hanno pensato un paio di note flautate, un’oca e una voce fuori campo che diceva: “per la regia di Lamberto Bava”.

Io sono la generazione per cui Bava non era Mario, quel regista che ha inventato il giallo e il gotico italiano, che se fosse nato in Inghilterra sarebbe stato Hitchcock e da cui hanno preso ispirazione gente come Quentin Tarantino e John Landis. Per me e per tutti i nati negli anni Ottanta, di Bava ce n’era solo uno ed era Lamberto: autore dei cinque film per la TV di maggior successo in Europa. Una produzione che, se la si guarda oggi, ci si rende conto di che cosa era Mediaset vent’anni fa. Una produzione che ci si chiede come facciamo adesso a produrre solo roba di santi, papi e dame velate.

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Di X Factor e del fattore x nella disco music

La disco music viene dall’Alto Adige, più propriamente da Ortisei. Ortisei è un paesino della val Gardena in cui si parla ancora il ladino, ricorda abbastanza le pubblicità con gli omini della Loacker e d’inverno diventa uno di quei villaggetti da mettere nelle palle con la neve finta dentro.

Da qui – Alto Adige, non Trentino, ma il mio campanilismo in questi casi va poco per il sottile – viene il miglior produttore di musica degli anni Ottanta, e si chiama Giorgio Moroder. Per l’esattezza si chiama Hansjoerg Moroder, ma Giovanni Giorgio non era il massimo da scrivere su un disco.

moroder

Giorgio Moroder e il suo incarnare la disco music

Questa sera l’uomo dietro una serie interminabile di hit anni Ottanta sarà a X Factor e, quando l’ho letto su internet, mi è tornata in mente la playlist a lui dedicata che è rimasta per anni nel mio iPod. Poi mi è tornato in mente anche che ho un blog e che spesso lo intaso con le liste. E una top 5, con Giorgio Moroder, si scrive quasi da sola.

C’è una ragione per cui io adoro gli anni Ottanta, oltre che per il loro altissimo dosaggio di trash: la magia. I migliori film del decennio sono storie di formazione, di quelle che sai esattamente come vanno a finire ma non puoi non arrivare fino ai titoli di coda e sentirti un po’ anche tu figo come Maverik sul suo Tomcat o tonica come Alex, che sgambetta con i suoi pantacollant neri. Tutti riferimenti tutt’altro che casuali, e questo la dice lunga su chi sia stato il nostro Moroder. Continua a leggere

Di come ci sia un Guccini per ognuno di noi

Se mi si dovesse chiedere chi è il mio cantante italiano preferito, quello che davvero ha segnato la mia vita, la risposta sarebbe Francesco Guccini.

La mia, come quella di milioni di italiani post-Sessantottini, probabilmente. O meglio, cresciuti nei magici anni del vuoto pneumatico di impegno sociale, che quindi devono rimasticare i ricordi degli altri.

Al di là del luogo comune ma assolutamente verissimo che Guccini sia stato il menestrello dei giovani e belli di quella rivolta generazionale che ha funestato noi adolescenti della generazione X, la sua discografia copre più o meno tutta la forbice di emozioni necessarie all’essere umano dotato di cuore.

Mio fratello minore, esponente della generazione-non-so-che, subisce da anni i miei karaoke in macchina e lo fa in silenzio, sperando che mi distragga per cambiare cd. In uno dei suoi picchi d’affetto fraterno, per la laurea mi ha regalato la sua Platinum Collection, pur sapendo che a quel punto l’autoradio sarebbe stata definitivamente off limits.

Per ringraziarlo del gentile omaggio ho più volte provato l’indottrinamento, spiegandogli tra un ritornello e l’altro ogni riferimento culturale dietro le strofe. Ho anche provato a spiegare a lui – cultore della musica elettronica e di brani striduli fatti col sintetizzatore – che il bello della musica non è la musica, ma i testi.

Stilare una lista delle mie canzoni del cuore ha significato sacrificare “bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà” e “stoviglie color nostalgia”, ma alla fine la top10 si è scritta quasi da sè. Continua a leggere

Dell’adolescenza che ogni tanto ritorna

Da giorni sono occupata in quell’impresa in cui ogni compulsiva dell’ordine ogni tanto si imbarca: classificare, datare, mettere la copertina ai brani della propria libreria iTunes, ovviamente cancellando tutte quelle canzoni ormai impresentabili, sopravvissute non si sa come ad ogni cambio del pc e ad ogni formattazione senza backup.

Così ho scoperto piccoli tesori di un’adolescenza che credevo ormai finita da tempo, ma tornata dopo il primo giro di chitarra dei Nickelback.

Chi, come me, ha trascorso i propri anni di disadattamento adolescenziale nell’arido decennio a cavallo tra i Novanta e il Duemila, sa che nulla di quanto musicalmente prodotto ha davvero lasciato un segno, nè nella storia della musica, nè in quella della moda.

Noi nati a fine anni Ottanta non abbiamo ricordi della morte del grunge ed eravamo troppo piccoli per apprezzare a pieno le stelle cadenti del decennio delle boy band e del canto sincopato. La nostra colonna sonora di formazione non se la ricorda più quasi nessuno e a volte nemmeno noi, tranne quando facciamo le pulizie di primavera al nostro lettore mp3.

Però, però: siamo stati la prima generazione a scoprire che l’inglese studiato alle medie serviva a capire le canzoni dei video su Mtv, i primi a imparare i testi su internet dal mitico sito angolotesti.it, quelli che conoscevano la parola magica da digitare su google, “lyric” con la y al posto giusto.

Non solo, siamo stati anche gli ultimi ad aver iniziato ad ascoltare musica guardandola alla televisione, rigorosamente su Top of the Pops il sabato pomeriggio.

Ecco la mia top ten delle canzoni dell’adolescenza: non so cosa dicano di me, ma sicuramente non spariranno mai dalle mie playlist.

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Della lagna da emigrazione

I drammi post-vacanzieri degli esuli su Facebook

Sono quasi finite le vacanze, e il web pullula di articoli sulle 10 mosse per evitare lo stress da rientro e le 8 mete da week-end in bassa stagione. I miei preferiti sono, però, i messaggi di disperazione dei miei amici del sud Italia, conditi da foto di tramonti e mari instagrammati, terrorizzati all’idea ritorno nel grigiume milanese o in qualche inospitale località del nord, in cui saranno costretti a passare i prossimi mesi.

Da campanilista quale sono – nordica del lato montano senza la nebbia padana – ma soprattutto ormai cittadina acquisita dell’Urbe, vorrei dare anche io il mio contributo alla lagna pre-rientro. Perché migrare è brutto, sia che la penisola la si debba risalire, sia che la si debba discendere.

Io che la discendo e che adoro le classifiche, vorrei stilare un elenco delle 5 piccole cose di cui ogni nordico ha nostalgia quando sta al sud, Roma nel mio caso. (Lo so, qualcuno mi ricorderà che Roma, tecnicamente, sarebbe centro. A mia difesa, sostengo che come per i romani il nord è un unico blocco da est a ovest e tutti parlano come Massimo Boldi, per i nordici il sud comincia poco sotto Firenze).

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Della sfida dell’arancione

Lui è in piedi sull’attenti, e basterebbe questo a importi di startene buona lì, dall’altro lato della strada, ad aspettare il tuo bel minuto prima di arrischiarti a mettere piede sulle strisce. Però non è rosso come dovrebbe, ma di un arancione giallastro.

La strade di Roma sono patria di pirati della strada e pedoni folli da cui una piccola provinciale come me, abituata a passare solo con il verde pieno e a dare la precedenza quando deve immettersi in rotatoria, non può che essere terrorizzata.

Una delle tecniche che si riescono ad introiettare solo dopo anni di residenza romana è l’attraversamento. Ora, a Roma già il fatto di voler attraversare sulle strisce è di per sé abbastanza peculiare ma, qualora si volesse essere tanto grigiamente ligi al codice della strada, è necessario venire a patti con l’arancione. Continua a leggere

Di cosa Roma mi racconta

Passeggiare mi piace. Nemmeno a dirlo, a Roma mi piace ancora più del normale.

Passeggio per andare più o meno ovunque, e a volte ovunque davvero, nonostante le distanze. Alcuni amici romani sostengono sia una deformazione dovuta alla mia origine montana e forse non hanno tutti i torti, fatto sta che così mi vengono buone idee e mi imbatto anche in grossi colpi di fortuna.

Una di queste idee è stata quella di raccontare, dalle pagine di Voci di Roma, una di quelle storie che mi appassionano da sempre e che mi sono sempre riproposta di raccontare.

Perchè le strade di Roma sono piene di storie: alcune si leggono nelle guide turistiche, altre invece rimangono sullo sfondo dello sfarzo dei palazzi, e bisogna andare a cercarle tra le chiacchiere della gente o nei cartelli informativi sbiaditi ai piedi dei monumenti.

Una di queste racconta che le statue della Città Eterna parlano. Non tutte, però, solo sei.  Se ne stanno nascoste tra le vie del centro, immerse nel viavai di turisti, shopping e passeggio, e le trova solo chi sa dove guardare.

Io sono andata a cercarle in un sabato mattina sonnacchioso, l’unico di bel tempo dell’ultimo mese – ed ecco il colpo di fortuna.

La storia che voglio raccontare è quella di una congrega, la congrega degli arguti. Continua a leggere