Del primo che ti saluta quando arrivi a Termini

Il tempio non-tempio di Minerva Medica

È la prima cosa che si vede, quando il treno rallenta per fermarsi alla stazione Termini.

Google Maps - tra via Giolitti e i binari di Termini

Google Maps – tra via Giolitti e i binari di Termini

Lo si nota distintamente, grande con il suo accenno di cupola, che par quasi di vederla, anche se ne rimane solo un abbozzo.

Il marmo è sparito e rimane solo lo scheletro in laterizio, d’un rosso-marrone che si accende quando batte il sole.

Difficile dire cosa sia, ad un primo sguardo: poi il treno sfila, e non dà il tempo di osservare meglio le nicchie, né a che distanza sia esattamente dai binari.

Per una di quelle casualità che non si sa quando sono successe, questo enorme edificio se ne sta lì, accanto ai treni che passano, e non si capisce se sono i treni ad avere sbagliato strada o lui ad essere costruito lì per caso.

Ci si arriva risalendo via Manzoni, fino in cima, a scontrarsi coi filobus.

L’edificio, risalente al IV secolo d. C., ha una pianta decagonale, e nove lati sono occupati da nicchie, le cui statue ora sono custodite ai Musei Vaticani.
Il decimo, sormontato da un arco a tutto sesto, funge da ingresso.

"Tempio di Minerva Medica" - incisione di Piranesi, 1796

“Tempio di Minerva Medica” – incisione di Piranesi, 1796

La cupola ha un diametro di 25 metri, e si dice che il Brunelleschi ne abbia studiato la costruzione, per disegnare quella di Santa Maria del Fiore.

La parte meglio conservata è quella che saluta i viaggiatori in arrivo e in partenza dalla città, con le nicchie sporgenti verso l’esterno, sormontate da un tamburo, in cui si aprono dieci luci ad arco a sesto acuto, e dalla cupola, integra per quasi metà.

Il lato che si offre ai passanti di via Giolitti sembra il cratere scavato da una bomba: rimane solo l’ingresso, senza il livello superiore e la cupola.

Conosciuto dagli abitanti del quartiere esquilino come il tempo di Minerva Medica, è invece in realtà quello che resta del ninfeo degli Horti Liciniani, parte di una villa imperiale extraurbana.
Inutile dirlo ai proprietari del piccolo hotel o del bar che si affacciano sulla strada, tutti intitolati a Minerva.

Tempio di Minerva Medica - lato via Giolitti

Tempio di Minerva Medica – lato via Giolitti

D’estate, sul lato che da verso via Giolitti, cresce un cespuglio dai fiori rossi e copre il brutto muro che chiude l’ingresso. È un arbusto spontaneo, come anche le rampicanti che colorano di verde le pareti perimetrali e quel che resta della cupola.
Dentro non c’è nulla, né si può entrare.

Il ninfeo, che pochi sanno essere tale, ultimo resto di quello che doveva essere un grande complesso abitativo della Roma imperiale, se ne sta nella sua imponenza abbandonata e indifferente, stretto tra una strada e il binario 27. È stato intrappolato lì negli anni Trenta, quando la piccola stazione di Termini di metà Ottocento si è trasformata nel secondo snodo ferroviario d’Europa.

Non è visitabile, ma nemmeno abusato dai graffiti.

Immerso nel rumore della città, saluta ogni treno in uscita e in ingresso. Per me è diventato una sagoma rassicurante fuori dal finestrino, che mi avverte che bisogna scendere, prendere la valigia e sparire in metropolitana.

Con la sua sagoma rassicurante, è uno di quegli araldi dimenticati di un’epoca passata che stanno lì a ricordarti che la città non è stata costruita su misura per te, ma che al massimo puoi passarci in punta di piedi e ammirare.

Ora il Comune di Roma ha iniziato a restaurarlo e quindi se lo sono mangiato le impalcature. Io spero non diventi l’ennesimo edificio romano a pagamento ma punto di passaggio: entrare e passare sotto la cupola bucata, sbalordirsi un momento e risbucare fuori dall’altra uscita, solo questo.

Perché è proprio qui che sta il bello di Roma, una città un po’ dimenticata a cui non importa delle proprie ricchezze, che se ne stanno adagiate nel bel mezzo della vita che scorre tutti i giorni, senza bisogno di campane di vetro.

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