Di come non ci sono più le locomotive di una volta.

Il senso del PD per le canzoni

E insomma, al netto della retorica dell’a-ognuno-quel-che-si-merita, possiamo dire che – all’oggi – la mia generazione politica ha le canzonette peggiori.

Non che ci si voglia sempre lamentare, per carità, ma avere come canzone di formazione –al tempo del Lingotto 2007 il nuovo era Veltroni – ‘mi fido di te‘ di Jovanotti son cose che segnano una storia politica. Soprattutto se il ritornello fa ‘cosa sei disposto a perdere?’.

Certo, in questa sfida al giovanilismo più suicida anche Bersani, a suo tempo, aveva sfoderato l’artiglieria pesante, andando a ripescare il sempreverde Vasco di ‘Un senso‘.
E anche in questo caso alle malelingue piaceva aggiungere ‘anche se questa storia, un senso non ce l’ha‘.

Prima regola delle canzonette: non importa quanto il titolo possa essere azzeccato per la campagna elettorale, e importa ancora meno che il fonico sfumi – guarda caso – proprio su quella rima portajella. Se fai il giovane dentro che conosce i gusti dei giovani fuori devi sapere che sulla Smemoranda i testi delle canzoni si copiano per intero, terze strofe incluse, ( lo si fa davvero ancora?) ovviamente dopo averle mandate a memoria.

Cose che quasi ti fanno invidiare quell’accattivante motivetto che è ‘Meno male che Silvio c’è‘: un po’ ripetitivo forse, ma senza il rischio di nefasti vaticini nascosti tra le strofe.

Ma arriviamo ad oggi: poco più di qualche settimana fa, il neoeletto segretario Matteo Renzi, che sul suo essere giovane dentro e fuori ha costruito una carriera politica, ha voluto dare il suo contributo alla costruzione del nuovo immaginario cantereccio della sinistra italiana.

Lui – per dovere di cronaca – la canzone dei Negrita “la tua canzone” la deve aver sul serio ascoltata tutta, perché tra le strofe non si annida quasi nessun trabocchetto.
Certo, si può legittimamente argomentare che un ritornello come “resta ribelle” sarebbe molto rock, se la frase dopo non fosse “non ti buttare via”.
Un incitamento ai giovani renziani, ma suona bene anche come grido di battaglia contro il neoeletto segretario dei vecchi Gattopardi del PD – che ai loro tempi sì si definivano ribelli – e che adesso Renzi sarebbe contento proprio se si buttassero via.

Tutto sommato,non sarebbe una brutta canzone. Manca un ritornello orecchiabile, però, e non c’è nulla di peggio di una canzone di cui il pubblico non conosca le parole.

E pensare che noi di sinistra ci vantiamo da sempre di avere i cantautori migliori, di quelli che si inventavano frasi tipo ‘una locomotiva/come una cosa viva/lanciata a bomba contro l’ingiustizia‘ e a nessuno importava che quella santa canzonetta avesse più strofe de ‘il 5 maggio” di Manzoni: tutti dico tutti la sapevano a memoria, con buona pace della professoressa di italiano lasciata appesa a un ‘dall’Alpi alle Piramidi/dal Manzanarre al Reno‘, e poi?

Certo, un po’ in fondo son da capire i politici di sinistra, mica tengon rubriche di musica per mestiere. Ci hanno messo quattro-dico-quattro anni a decidersi che dal palco si saluta con ‘cari democratici’ in versione ufficiale, tralasciando quello spinoso ‘amici-e-compagni’; poi arriva il solito Renzi che taglia la testa al toro con un “Buonasera a tutti”.

L’unica garanzia, allora, rimane l’ever green più ever green di sempre. Quella che non mandarla almeno una volta è sinonimo di sicuro flop da immaginario collettivo e che anche se non la suonano le casse qualcuno certamente inizia a cantarla e tutti gli altri dietro: ‘Bella Ciao’.

Questo ovviamente fino alle manifestazioni dell’era Bersani, ora vediamo se verrà rottamata anche quella.

A Matteo Renzi va ancora lasciato il beneficio del dubbio, comunque, visto che il suo campionario musicale non ha ancora affrontato il test una vera manifestazione di piazza, e speriamo che faccia meglio dei suoi predecessori.

Certo, c’è da dire che non è facile scegliere la canzone corretta da fine manifestazione: una che faccia fermare per altri tre minuti emmezzo chi è stato sotto al palco per ore, per farlo sentire parte di quel qualcosa-che.

Qui arriviamo alla seconda regola della canzone scaldacuore da manifestazione, e speriamo che qualcuno lo dica a Renzi: deve essere cantabile. Di quelle con la strofa che sale e sale fino al ritornello e lì senti la piazza che parte.

Ci abbiamo provato con ‘mi fido di te’ o ‘un senso’, ma – e non è cattiveria – Vasco e Jovanotti sono gli unici due cantanti italiani che non cantano nel senso tecnico del termine.

Coi Negrita ci si può provare, magari con il testo sul maxischermo.

E il primo che si lagna con loro-Guccini-noi-Paolo Bruni paga pegno e la recita a memoria dal palco, “la mia canzone”, strofe comprese.

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