Di cosa Roma mi racconta

Passeggiare mi piace. Nemmeno a dirlo, a Roma mi piace ancora più del normale.

Passeggio per andare più o meno ovunque, e a volte ovunque davvero, nonostante le distanze. Alcuni amici romani sostengono sia una deformazione dovuta alla mia origine montana e forse non hanno tutti i torti, fatto sta che così mi vengono buone idee e mi imbatto anche in grossi colpi di fortuna.

Una di queste idee è stata quella di raccontare, dalle pagine di Voci di Roma, una di quelle storie che mi appassionano da sempre e che mi sono sempre riproposta di raccontare.

Perchè le strade di Roma sono piene di storie: alcune si leggono nelle guide turistiche, altre invece rimangono sullo sfondo dello sfarzo dei palazzi, e bisogna andare a cercarle tra le chiacchiere della gente o nei cartelli informativi sbiaditi ai piedi dei monumenti.

Una di queste racconta che le statue della Città Eterna parlano. Non tutte, però, solo sei.  Se ne stanno nascoste tra le vie del centro, immerse nel viavai di turisti, shopping e passeggio, e le trova solo chi sa dove guardare.

Io sono andata a cercarle in un sabato mattina sonnacchioso, l’unico di bel tempo dell’ultimo mese – ed ecco il colpo di fortuna.

La storia che voglio raccontare è quella di una congrega, la congrega degli arguti.

 

La tradizione affonda nella Roma papalina del Cinquecento, quando il popolo romano iniziò a manifestare il proprio malcontento con ironia feroce, appendendo nottetempo ai piedi di  queste statue delle satire anonime, che raccontavano i vizi e le malefatte dei ricchi e dei potenti della città.

La più famosa è quella diPasquino, un torso in pietra che fa angolo nella piazza che porta il suo nome a due passi da Piazza Navona. Reso celebre dal film “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, a dargli voce è stato– tra gli altri – anche il celebre poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli.

Ad oggi è la statua più “loquace”, ed è ancora voce delle proteste dei romani contro il governo, l’amministrazione comunale ed anche la propria squadra del cuore.

Nei secoli però hanno preso la parola anche il Babuino, un sileno giacente che orna la vasca di una fontana di via del Babuino, così brutto da essere paragonato ad una scimmia.

Poi il Facchino, mezzobusto di un portatore d’acqua che la leggenda vuole fosse opera di Michelangelo. Costruito per la congrega degli Acquaioli, ora si trova sulla facciata laterale del palazzo del Banco di Roma, in via del Corso.

L’unica donna della congrega è Madama Lucrezia, tronco di un colossale busto di divinità, forse della dea Iside. Il nomignolo di Lucrezia lo deve alla sua proprietaria del Cinquecento, l’amante del re di Napoli. Si trova, oggi come allora, in piazza san Marco, sul lato di palazzo Venezia e nei secoli il suo bersaglio preferito erano i papi, contro cui si lanciava in violente polemiche.

Il più defilato è l’Abate Luigi, un busto tardo-romano che probabilmente rappresentava un magistrato, ma che ai romani ricordava un religioso. Negli anni gli venne rubata più volte la testa, e contro i vandali l’Abate Luigi si lanciava in improperi. Oggi è ancora senza testa e si trova – seminascosto da un cantiere del palazzo accanto – sulla facciata laterale della chiesa di Sant’Andrea della Valle, lungo viale Vittorio Emanuele II.

E infine Marforio, colossale divinità fluviale – probabilmente il fiume Tevere – che abbellisce il cortile di sinistra dei musei Capitolini. Unico degli “arguti” visitabile solo a pagamento, negli anni ha dialogato spesso con Pasquino: su una statua le domande, sull’altra le risposte.

Oggi è tornato alla ribalta, ma per meriti diversi dalla sua loquacità: se si fa attenzione, lo si nota campeggiare in tutta la sua imponenza alle spalle di Toni Servillo, nella locandina del pluripremiato“La Grande Bellezza” di Sorrentino.

Cinque degli arguti oggi sono ormai ammansiti, o forse anche loro sono diventati indifferenti al malcostume della Capitale. Solo Pasquino continua imperterrito a chiacchierare, e c’è da scommettere che ci saranno sempre anonimi scrittori pronti a dargli voce.

(da Voci di Roma – La Stampa)

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