Della sfida dell’arancione

Lui è in piedi sull’attenti, e basterebbe questo a importi di startene buona lì, dall’altro lato della strada, ad aspettare il tuo bel minuto prima di arrischiarti a mettere piede sulle strisce. Però non è rosso come dovrebbe, ma di un arancione giallastro.

La strade di Roma sono patria di pirati della strada e pedoni folli da cui una piccola provinciale come me, abituata a passare solo con il verde pieno e a dare la precedenza quando deve immettersi in rotatoria, non può che essere terrorizzata.

Una delle tecniche che si riescono ad introiettare solo dopo anni di residenza romana è l’attraversamento. Ora, a Roma già il fatto di voler attraversare sulle strisce è di per sé abbastanza peculiare ma, qualora si volesse essere tanto grigiamente ligi al codice della strada, è necessario venire a patti con l’arancione.

fotoNon importa quanto sia lunga la strada – o forse la cosa incide solo per qualche misera manciata di secondi: la regola è che il verde con l’omino sgambettante rimane acceso per meno di un quarto del tempo necessario all’attraversamento, ammesso che voi già lo steste aspettando e lo abbiate visto luccicare finito il rosso.

Dopo il verde, però, viene l’arancione. L’omino non è più sgambettante ma rigido sulle sue gambette tozze, e con le braccia lunghe sui fianchi. Pare anche che un po’ ti giudichi, con quella testina rotonda. Sembra che ti sfidi: attraversa se hai coraggio, ora ci sono io ma da un momento all’altro arriva mio fratello rosso e allora vediamo se quel SUV che sgasa a venti centimetri dalle strisce avrà pietà.

E qui scatta quella magia di autocoscienza che è insita nell’essere romano: con l’arancione si passa, sempre. Non importa che tu non sappia quando è sparito il verde, e non importa nemmeno se i tuoi compagni di traversata sono già oltre le strisce, omino arancione significa vai, e puoi anche prendertela discretamente con calma.

Le prime volte io rimanevo titubante sul ciglio del marciapiede, a dondolarmi su un piede e cercando il coraggio di posare l’altro sulle strisce. Passare o non passare? Se aspetto ancora un secondo scatta sicuro il rosso e allora vuol dire che ho fatto bene a stare ferma, ma è anche vero che sono già qui da dieci secondi e, se mi fossi mossa prima anche con l’arancione, sarei già oltre. E intanto lui, l’omino arancione, se ne stava dall’altra parte con aria di sfida. Io invece mi sentivo come un gatto sull’Aurelia.

Non so esattamente quale filosofia ci sia dietro questo fatto, che senso abbia tarare i semafori perché il verde pedonale duri dieci secondi e l’arancione cinquanta. Voglio dire, i cinesi e altri popoli più rispettosi di noi dell’autorità non attraverseranno mai la Nomentana. Forse però è un po’ il modo di Roma di sfidarti ad essere coraggiosa, di fregartene delle gambette fisse dell’omino e di avventurarti senza paura sulle strisce, che tanto la strada rimarrà tua ancora per parecchi secondi e una volta che lo hai capito avrai più fiducia in te stessa.

E poi vuoi mettere la soddisfazione di attraversare sotto gli occhi atterriti dei turisti fermi al palo dopo aver visto spegnersi il verde.

E allora quando vedo arancione mi lancio col cuore oltre le strisce, ormai complice dell’omino sull’attenti  nel mio correre sul filo dell’investimento, sicura del fatto che lui non mi tradirà.

Anzi, adesso sono talmente baldanzosa da proseguire a passo normale anche quando sto in mezzo alla strada e improvvisamente compare il fratello rosso con l’aria minacciosa. Tanto so che, fino a che il bagliore verde non si riflette sui vetri delle macchine, posso stare tranquilla: per i romani anche il rosso appena acceso è un rosso per finta, e saggezza popolare insegna che ci si può prendere ancora un paio di secondi di tempo.

I semafori come epitome di romanità: una città a cui la convenzione piace perché può essere un po’ infranta, ma sempre il giusto.

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