Di come ci sia un Guccini per ognuno di noi

Se mi si dovesse chiedere chi è il mio cantante italiano preferito, quello che davvero ha segnato la mia vita, la risposta sarebbe Francesco Guccini.

La mia, come quella di milioni di italiani post-Sessantottini, probabilmente. O meglio, cresciuti nei magici anni del vuoto pneumatico di impegno sociale, che quindi devono rimasticare i ricordi degli altri.

Al di là del luogo comune ma assolutamente verissimo che Guccini sia stato il menestrello dei giovani e belli di quella rivolta generazionale che ha funestato noi adolescenti della generazione X, la sua discografia copre più o meno tutta la forbice di emozioni necessarie all’essere umano dotato di cuore.

Mio fratello minore, esponente della generazione-non-so-che, subisce da anni i miei karaoke in macchina e lo fa in silenzio, sperando che mi distragga per cambiare cd. In uno dei suoi picchi d’affetto fraterno, per la laurea mi ha regalato la sua Platinum Collection, pur sapendo che a quel punto l’autoradio sarebbe stata definitivamente off limits.

Per ringraziarlo del gentile omaggio ho più volte provato l’indottrinamento, spiegandogli tra un ritornello e l’altro ogni riferimento culturale dietro le strofe. Ho anche provato a spiegare a lui – cultore della musica elettronica e di brani striduli fatti col sintetizzatore – che il bello della musica non è la musica, ma i testi.

Stilare una lista delle mie canzoni del cuore ha significato sacrificare “bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà” e “stoviglie color nostalgia”, ma alla fine la top10 si è scritta quasi da sè.

1. LE CINQUE ANATRE (Amerigo – 1978)

Questa canzone è tornata come un ricordo dal passato. Credevo di non averla mai sentita, prima di darle una possibilità tra le track del cd. E’ iniziato l’intro, poi la strofa, e io la sapevo. Smozzicavo le parole, certo, ma conoscevo sia la melodia che il ritornello. Poi è tornato tutto di colpo, con conferma di mia madre. Era una delle canzoni che mi cantava da piccola.

È una metafora di resistenza fatta di morte, testardaggine e speranza, perchè “forse una soltanto vedremo arrivare, ma quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare”.

2. QUATTRO STRACCI (D’amore di morte e di altre sciocchezze – 1996)

È una canzone terribile. Guccini la scrisse per sua moglie, dopo la separazione. Ripercorre attimi di vita loro, con una rabbia che sottintende che, forse, a lui non è ancora passata del tutto.

Con quante canzoni succede di ascoltarle e pensare, parla di me? Ecco, questa canzone parla esattamente di me. Guccini la ha scritta per ferire è una cinica, nostalgica lettera d’addio. Eppure quando l’ascolto ci sono inevitabilmente io dentro “le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte, ed avrai sempre le scuse buone per rifiutarle”.

3. AUTOGRILL (Guccini – 1983)

Una canzone che è tutta un deja-vu. Una di quelle situazioni che sono capitate a tutti, nella vita. Quando si vede un perfetto sconosciuto e, improvvisamente, sembra di conoscerlo da sempre e di volerlo portare via da quel contorno ordinario che non lo merita. Lontano dalla mediocrità di quel momento, lontano da tutto.

Guccini è il miglior descrittivista della canzone italiana e solo lui poteva scrivere “bionda senza averne l’aria”

4. CANZONE DEI 12 MESI (Radici – 1972)

Una di quelle canzoni che sono più che altro un divertissement. Mette in musica quei cicli di affreschi da castello medievale, con i dodici mesi che mostrano l’alternarsi delle stagioni. Ci sono il cembalo e l’organo, ci sono le messi dorate e il sole malato di febbraio, e c’è anche una citazione di T. S. Eliot.

Ognuno ha il proprio mese e ascolta con più attenzione la sua strofa, e forse ci trova qualcosa di sè.

“Con giorni lunghi al sonno dedicati il dolce Aprile viene, 

quali segreti scoprì in te il poeta che ti chiamò crudele, che ti chiamò crudele”

5. AMERIGO (Amerigo – 1978)

La sua canzone più bella e più difficile. Una melodia sghemba, che mal si ricorda. Tantissime parole, nessun ritornello. Eppure quando ti entra nel cuore è il più compiuto affresco di un’Italia che c’è ancora e cerca il riscatto oltre il mare. Una canzone che parla ai giovani di ogni generazione, che racconta la speranza e la sconfitta, e ti lascia dentro quella sensazione strana che si ha quando si parla con gli anziani e si scalfiscono schegge di una vita lontana, che ancora gli scorre dietro gli occhi.

Il più struggente inno all’emigrante. Il protagonista è un prozio di Guccini, emigrante in un’America grande con boschi di grattaceli. Tornerà tra i castagni dell’Appennino, una vita passata in miniera, pochi soldi e giovinezza finita.

“Non so se si girò, non era il tipo d’ uomo che si perde in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo”. 

6. IN MORTE DI S.F. (CANZONE PER UN’AMICA)  (Folk Beat n.1 – 1967)

È la canzone che, dal 1967, apre ogni suo concerto. La scrisse per un’amica, morta in un’incidente d’auto sull’autostrada del Sole, mentre andava in vacanza. La dolce estate che era appena cominciata, le mani che stringevano il volante, la morte che aspetta proprio quel giorno. Ricordo che qualcuno mi ha raccontato che la S.F. era una studentessa trentina, scesa in Emilia.

In questa manciata di accordi c’è tutto il dolore di quando una persona se ne va all’improvviso senza un perché, e l’unica cosa a cui aggrapparsi è il ricordo e l’illusione che qualcosa rimanga.

“Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi,

voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi”

7. BISANZIO (Metropolis – 1981)

Metropolis è un concept album sulle città, su quei luoghi urbani antichissimi e moderni insieme, in cui il futuro e il passato convivono fino a che uno non schiaccia l’altro.

Bisanzio è la canzone più onirica e racconta gli oroscopi di Filemazio, Mago della corte bizantina, che guarda la sua città trasformarsi in una Babele di lingue e dei. Scruta il mare e il cielo, alla ricerca di un segno tra le onde azzurro-verdi e le stelle. Un tuffo nel 500 d.C., nella capitale dell’Impero Romano d’Oriente ormai in decadenza e i barbari alle porte, l’Imperatore Giustiniano sposato con la prostituta Teodora e la nuova religione cristiana che spazza via gli antichi culti.

Una canzone quasi parlata, con reminiscenze colte e suggestioni antiche. Una canzone che parla dello scorrere del tempo, del nuovo che avanza e del vecchio che sa di dover rimanere indietro.

“Devo dire che sono forse troppo vecchio per capire,  che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio, ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio”.

8. SCIROCCO (Signora Bovary – 1987)

È il tango di un amore finito, è la storia di un poeta innamorato. Guccini la scrisse per l’amico e poeta Adriano Spatola, roso dal desiderio per l’amante e poetessa Giulia Niccolai e dal rimorso per prole e famiglia. Un altro deja-vu, con immagini che ti portano nelle vie ventose di una città autunnale.

In realtà, io ho sempre preferito la donna che piange nel suo te al poeta che beve vino e si convince che non può lasciare la moglie. Anche perché i versi migliori Guccini li ha riservati a lei.

“Ma lei arrivò affrettata danzando nella rosa di un abito di percalle che le fasciava i fianchi 

e cominciò a parlare ed ordinò qualcosa, mentre nel cielo rinnovato correvano le nubi a branchi” 

9. VEDI CARA (Due anni dopo – 1970)

Non si può dire quasi niente su questa canzone. È la canzone dell’abbandono, della fine di un amore e delle giustificazioni insensate che si danno quando succede e una delle due parti non è d’accordo. È anche una leggera presa in giro, con questo “cara” ripetuto mentre si dice addio.

Parla dell’incomunicabilità che piano piano può crescere tra le persone, delle ragioni che non si sa dove cercare e che forse non dovrebbero nemmeno esserlo. E poi, ecco spuntare la vera verità, brutale e tagliente e che si può solo dire in canzone:

Tu sei molto, anche se non sei abbastanza,  e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi

C’è dentro la crisi di Guccini con la prima moglie, colpa una sbandata per una studentessa americana. Racconta anche di come “è difficile spiegare, se non hai capito già”

10. LA LOCOMOTIVA (Radici – 1972)

La locomotiva è un canto anarchico e romantico. È la canzone cantata a squarciagola alle manifestazioni e sparata dalle casse del camion a inizio corteo, nella versione dei Modena City Ramblers. È la mia giovinezza, è libertà e gioia e parte piano, con quel “non so che viso avesse neppure come si chiamava, con che voce parlasse con quale voce poi cantava, quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, ma nella fantasia, un’immagine sua, gli eroi sono tutti giovani e belli”, per poi urlare forte di “una locomotiva, come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”.

Guccini mise in musica la storia di un anarchico, recuperata in un diario di ex operai dell’Ottocento. Si chiamava Pietro Rigosi e in officina si era impadronito di una locomotiva, lanciandola a velocità folle sulle rotaie in direzione della stazione di Bologna. La locomotiva viene però deviata su una linea morta e si schianta contro dei vagoni merci fermi. Rigosi venne sbalzato fuori dall’abitacolo e sopravvisse, ma non disse mai il perché del suo gesto.

La canzone è lunghissima, 8 minuti e 17 per tredici strofe senza alcun ritornello. Non serve dire che nessuna strofa si scorda. Probabilmente è la canzone più nota di Guccini, quella con cui chiude ogni suo concerto. E un po’ tutti noi, ribelli di ogni generazione per un giorno o forse per mai, vorremmo un po’ essere quel Pietro Rigosi, primo tra gli eroi giovani e belli.

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