Categoria: Secondo me

Del perchè Fantaghirò è uno dei pochi prodotti cult della nostra tv

Avrò avuto 7 anni ed ero seduta nella cucina di mia nonna, che mi aveva fatto una camomilla – forse nella speranza di farmi andare a letto presto. A mandare a monte i suoi piani, però, ci hanno pensato un paio di note flautate, un’oca e una voce fuori campo che diceva: “per la regia di Lamberto Bava”.

Io sono la generazione per cui Bava non era Mario, quel regista che ha inventato il giallo e il gotico italiano, che se fosse nato in Inghilterra sarebbe stato Hitchcock e da cui hanno preso ispirazione gente come Quentin Tarantino e John Landis. Per me e per tutti i nati negli anni Ottanta, di Bava ce n’era solo uno ed era Lamberto: autore dei cinque film per la TV di maggior successo in Europa. Una produzione che, se la si guarda oggi, ci si rende conto di che cosa era Mediaset vent’anni fa. Una produzione che ci si chiede come facciamo adesso a produrre solo roba di santi, papi e dame velate.

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Di come ci sia un Guccini per ognuno di noi

Se mi si dovesse chiedere chi è il mio cantante italiano preferito, quello che davvero ha segnato la mia vita, la risposta sarebbe Francesco Guccini.

La mia, come quella di milioni di italiani post-Sessantottini, probabilmente. O meglio, cresciuti nei magici anni del vuoto pneumatico di impegno sociale, che quindi devono rimasticare i ricordi degli altri.

Al di là del luogo comune ma assolutamente verissimo che Guccini sia stato il menestrello dei giovani e belli di quella rivolta generazionale che ha funestato noi adolescenti della generazione X, la sua discografia copre più o meno tutta la forbice di emozioni necessarie all’essere umano dotato di cuore.

Mio fratello minore, esponente della generazione-non-so-che, subisce da anni i miei karaoke in macchina e lo fa in silenzio, sperando che mi distragga per cambiare cd. In uno dei suoi picchi d’affetto fraterno, per la laurea mi ha regalato la sua Platinum Collection, pur sapendo che a quel punto l’autoradio sarebbe stata definitivamente off limits.

Per ringraziarlo del gentile omaggio ho più volte provato l’indottrinamento, spiegandogli tra un ritornello e l’altro ogni riferimento culturale dietro le strofe. Ho anche provato a spiegare a lui – cultore della musica elettronica e di brani striduli fatti col sintetizzatore – che il bello della musica non è la musica, ma i testi.

Stilare una lista delle mie canzoni del cuore ha significato sacrificare “bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà” e “stoviglie color nostalgia”, ma alla fine la top10 si è scritta quasi da sè. Continua a leggere

Dell’adolescenza che ogni tanto ritorna

Da giorni sono occupata in quell’impresa in cui ogni compulsiva dell’ordine ogni tanto si imbarca: classificare, datare, mettere la copertina ai brani della propria libreria iTunes, ovviamente cancellando tutte quelle canzoni ormai impresentabili, sopravvissute non si sa come ad ogni cambio del pc e ad ogni formattazione senza backup.

Così ho scoperto piccoli tesori di un’adolescenza che credevo ormai finita da tempo, ma tornata dopo il primo giro di chitarra dei Nickelback.

Chi, come me, ha trascorso i propri anni di disadattamento adolescenziale nell’arido decennio a cavallo tra i Novanta e il Duemila, sa che nulla di quanto musicalmente prodotto ha davvero lasciato un segno, nè nella storia della musica, nè in quella della moda.

Noi nati a fine anni Ottanta non abbiamo ricordi della morte del grunge ed eravamo troppo piccoli per apprezzare a pieno le stelle cadenti del decennio delle boy band e del canto sincopato. La nostra colonna sonora di formazione non se la ricorda più quasi nessuno e a volte nemmeno noi, tranne quando facciamo le pulizie di primavera al nostro lettore mp3.

Però, però: siamo stati la prima generazione a scoprire che l’inglese studiato alle medie serviva a capire le canzoni dei video su Mtv, i primi a imparare i testi su internet dal mitico sito angolotesti.it, quelli che conoscevano la parola magica da digitare su google, “lyric” con la y al posto giusto.

Non solo, siamo stati anche gli ultimi ad aver iniziato ad ascoltare musica guardandola alla televisione, rigorosamente su Top of the Pops il sabato pomeriggio.

Ecco la mia top ten delle canzoni dell’adolescenza: non so cosa dicano di me, ma sicuramente non spariranno mai dalle mie playlist.

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Della lagna da emigrazione

I drammi post-vacanzieri degli esuli su Facebook

Sono quasi finite le vacanze, e il web pullula di articoli sulle 10 mosse per evitare lo stress da rientro e le 8 mete da week-end in bassa stagione. I miei preferiti sono, però, i messaggi di disperazione dei miei amici del sud Italia, conditi da foto di tramonti e mari instagrammati, terrorizzati all’idea ritorno nel grigiume milanese o in qualche inospitale località del nord, in cui saranno costretti a passare i prossimi mesi.

Da campanilista quale sono – nordica del lato montano senza la nebbia padana – ma soprattutto ormai cittadina acquisita dell’Urbe, vorrei dare anche io il mio contributo alla lagna pre-rientro. Perché migrare è brutto, sia che la penisola la si debba risalire, sia che la si debba discendere.

Io che la discendo e che adoro le classifiche, vorrei stilare un elenco delle 5 piccole cose di cui ogni nordico ha nostalgia quando sta al sud, Roma nel mio caso. (Lo so, qualcuno mi ricorderà che Roma, tecnicamente, sarebbe centro. A mia difesa, sostengo che come per i romani il nord è un unico blocco da est a ovest e tutti parlano come Massimo Boldi, per i nordici il sud comincia poco sotto Firenze).

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Della sfida dell’arancione

Lui è in piedi sull’attenti, e basterebbe questo a importi di startene buona lì, dall’altro lato della strada, ad aspettare il tuo bel minuto prima di arrischiarti a mettere piede sulle strisce. Però non è rosso come dovrebbe, ma di un arancione giallastro.

La strade di Roma sono patria di pirati della strada e pedoni folli da cui una piccola provinciale come me, abituata a passare solo con il verde pieno e a dare la precedenza quando deve immettersi in rotatoria, non può che essere terrorizzata.

Una delle tecniche che si riescono ad introiettare solo dopo anni di residenza romana è l’attraversamento. Ora, a Roma già il fatto di voler attraversare sulle strisce è di per sé abbastanza peculiare ma, qualora si volesse essere tanto grigiamente ligi al codice della strada, è necessario venire a patti con l’arancione. Continua a leggere

Di come non ci sono più le locomotive di una volta.

Il senso del PD per le canzoni

E insomma, al netto della retorica dell’a-ognuno-quel-che-si-merita, possiamo dire che – all’oggi – la mia generazione politica ha le canzonette peggiori.

Non che ci si voglia sempre lamentare, per carità, ma avere come canzone di formazione –al tempo del Lingotto 2007 il nuovo era Veltroni – ‘mi fido di te‘ di Jovanotti son cose che segnano una storia politica. Soprattutto se il ritornello fa ‘cosa sei disposto a perdere?’.

Certo, in questa sfida al giovanilismo più suicida anche Bersani, a suo tempo, aveva sfoderato l’artiglieria pesante, andando a ripescare il sempreverde Vasco di ‘Un senso‘.
E anche in questo caso alle malelingue piaceva aggiungere ‘anche se questa storia, un senso non ce l’ha‘.

Prima regola delle canzonette: non importa quanto il titolo possa essere azzeccato per la campagna elettorale, e importa ancora meno che il fonico sfumi – guarda caso – proprio su quella rima portajella. Se fai il giovane dentro che conosce i gusti dei giovani fuori devi sapere che sulla Smemoranda i testi delle canzoni si copiano per intero, terze strofe incluse, ( lo si fa davvero ancora?) ovviamente dopo averle mandate a memoria.

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Di come i film migliori sono quelli che ancora devono uscire.

Il secondo me di cosa vedere nel 2014

Ci sono poche cose che mi danno lo stesso senso di tristezza delle slideshare con le copertine dei film dell’anno appena passato, pubblicate da più o meno tutti i giornali/blog/siti a pochi giorni dalla data x che è per tutti – volenti o nolenti – il 31 dicembre.

Capodanno non è mai stato tra le mie feste del cuore, anzi sono tra quelle che lo aspettano con l’ansia di quello che non sono riuscite a fare durante l’anno appena passato – vedere film decenti per esempio – e con la prospettiva di un anno nuovo all’insegna del chissà.

Oh, ma chi sto prendendo in giro. Il mio vero dramma di capodanno è esattamente lo stesso di tutti: cosa fare la durante l’ultima notte dell’anno. E i film e la vita post primo gennaio vengono contemplati come problemi al massimo durante il pomeriggio del primo gennaio.

Ma l’essenzialità di avere una festa di capodanno a cui andare è un’altra storia, e anzi può essere che questa lista sia per i più zen di noi un buon suggerimento su come passare, se non proprio la serata stessa, almeno i giorni sonnolenti che vanno dal primo gennaio fino all’epifania, prima del risveglio traumatico nella propria vita di persone con altre attività oltre a stare sdraiati sul divano. Su su, lo sappiamo tutti come funzionano i torrent e che le release americane sono sempre qualche bel mesetto prima di quelle italiane.

Ma torniamo a noi: trovando io parecchio poco allettante l’idea di recuperare ogni anno i film di quello prima che mi sono persa, ho deciso di offrirmi una buona ragione per inserire tra i propositi 2014 quello di andare più spesso al cinema.

Sì, perchè in uscita ci sono parecchie cosette che mi ispirano. Continua a leggere

Di come le cover non sono karaoke.

Top Ten del secondo me.

Fare una cover non è karaoke.

È tra le cose più difficili che un bravo musicista possa decidere di fare quando ha un faro puntato in faccia e millemila o anche solo cinque persone davanti.

Perché fare la cover di un pezzo di successo può far scattare il confronto, e nessuno vuol far pensare al proprio pubblico di aver buttato i suoi soldi per andare a sentire uno che cavolo, bravino, ma vuoi mettere la-band-originale.

Ci sono state decadi musicali in cui le cover erano socialmente accettate, e anzi spesso la cover di un pezzo altrui poteva legittimamente portarti sulle vette delle classifiche mondiali, facendo dimenticare l’originale senza che qualcuno se la prendesse.

Sarebbe troppo facile fare l’esempio di “The man who sold the world” dei Nirvana, tecnicamente *di* David Bowie, anche perché non è stata davvero una hit.

Probabilmente il successo più successo che sia mai stato scippato ad un’altra cantante è l’indimenticato “I will allways love you”, che ha sciolto i cuori delle ragazzine degli anni Ottanta con la voce di Whitney Houston. In realtà ogni singolo acuto era di Miss Dolly Parton, con sbuffare di vestitini rosa ed esse arrotolata da cantante country.

Poi è arrivato X Factor e le cover sono diventate pezzi famosi cantati da sconosciuti con la base registrata, e un numerino sotto per televotare. E allora oggi se dici “cover” l’immaginario comune pensa a cose tipo Giusi Ferreri che canta Tenco, e per questo Simona Ventura brucerà all’inferno.

Epperò io le cover, quelle fatte da gente che sa cosa sta facendo, le adoro. Perché suonando quelle è come se il tuo cantante preferito ti aprisse la porta della sua stanza di adolescente, dove accennava i primi accordi di chitarra cantando le canzoni dei suoi miti.

Come se scendesse dal palco e si mettesse anche lui vicino a te, ad ascoltare il dio della serata con il microfono in mano, proprio come stai facendo tu con lui in quel momento.

Fare una cover è come dire ‘avrei voluto scriverla io’. Continua a leggere