Di come io faccio lo strudel

Strudel, in 10 mosse

Premessa per dovere di onestà: la stanza di casa che frequento meno è la cucina, quando vado al supermercato dopo dieci minuti mi vengono gli occhi rossi e voglio solo pagare e uscire e la mia dieta è molto ricca di sughi pronti, offerti pietosamente da mia nonna.

Però, però: sono ghiotta di dolci e da quando sto a Roma mi sono scoperta anche piuttosto campanilista, quindi inverno per me significa STRUDEL.

Lo strudel è un dolce tipico trentino a base – ohibò – di mele (Melinda), con cannella e uvetta, e coperto da un soave strato di zucchero a velo.

Chiunque legga e non lo abbia mai mangiato sicuramente non è tra i miei amici e stretti conoscenti, visto che portare strudel alle cene è uno dei miei sport preferiti, da quando ho affinato la nobile arte di prepararlo.

E qui torna utile la premessa iniziale: anche io – che ho doti più spiccate rispetto a quella culinaria – sono in grado di farlo e, siccome ho scoperto che molti credono sia di difficile preparazione, ho deciso di mettere a disposizione i miei segreti di cucina casalinga.

Prefazione: lo strudel è un dolce povero della cucina contadina, in ogni angolo del Trentino lo si fa in modo leggermente diverso. Questa è la preparazione che mi ha insegnato mia mamma, più qualche aggiunta mia per renderla più rapida. Ma vi assicuro che viene buono comunque, in meno di 15 minuti di preparazione per 25 di cottura. Continua a leggere

Di come si può essere “pretty in pink”.

Il titolo richiama il film di formazione di ogni adolescente americana degli anni ’80, di quelli in cui alla protagonista bruttina – una tuttora sconosciuta Molly Ringwald – basta una piastra per capelli per diventare la più bella del ballo.

All’epoca Molly era il modello delle ragazze americane: compariva in più o meno tutti i film con triangoli amorosi tra gli immancabili armadietti delle high schools, faceva parte del cosiddetto brat pack e sembrava lanciata verso una carriera di quelle da stella di Hollywood.

Pretty in Pink

Pretty in Pink

Ma non tutto è bene quel che inizia bene, e la poverina è finita a fare la pseudocantante e a riciclarsi nei ruoli secondari di madre di teenager in telefilm della ABC Family.

In realtà nel film in questione, “Pretty in pink”, il pink fa riferimento al vestito di dubbio gusto e -sospetto- altamente infiammabile che la Nostra indossava al Prom, in attesa del principe azzurro.

Il pink in cui essere pretty a cui mi riferisco io è invece un’altro, e mi ossessiona a cicli regolari ogni volta che trovo nuove prove di questo inspiegabile fenomeno.

Le parrucche a caschetto ROSA. Continua a leggere

Di come non ci sono più le locomotive di una volta.

Il senso del PD per le canzoni

E insomma, al netto della retorica dell’a-ognuno-quel-che-si-merita, possiamo dire che – all’oggi – la mia generazione politica ha le canzonette peggiori.

Non che ci si voglia sempre lamentare, per carità, ma avere come canzone di formazione –al tempo del Lingotto 2007 il nuovo era Veltroni – ‘mi fido di te‘ di Jovanotti son cose che segnano una storia politica. Soprattutto se il ritornello fa ‘cosa sei disposto a perdere?’.

Certo, in questa sfida al giovanilismo più suicida anche Bersani, a suo tempo, aveva sfoderato l’artiglieria pesante, andando a ripescare il sempreverde Vasco di ‘Un senso‘.
E anche in questo caso alle malelingue piaceva aggiungere ‘anche se questa storia, un senso non ce l’ha‘.

Prima regola delle canzonette: non importa quanto il titolo possa essere azzeccato per la campagna elettorale, e importa ancora meno che il fonico sfumi – guarda caso – proprio su quella rima portajella. Se fai il giovane dentro che conosce i gusti dei giovani fuori devi sapere che sulla Smemoranda i testi delle canzoni si copiano per intero, terze strofe incluse, ( lo si fa davvero ancora?) ovviamente dopo averle mandate a memoria.

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Del primo che ti saluta quando arrivi a Termini

Il tempio non-tempio di Minerva Medica

È la prima cosa che si vede, quando il treno rallenta per fermarsi alla stazione Termini.

Google Maps - tra via Giolitti e i binari di Termini

Google Maps – tra via Giolitti e i binari di Termini

Lo si nota distintamente, grande con il suo accenno di cupola, che par quasi di vederla, anche se ne rimane solo un abbozzo.

Il marmo è sparito e rimane solo lo scheletro in laterizio, d’un rosso-marrone che si accende quando batte il sole.

Difficile dire cosa sia, ad un primo sguardo: poi il treno sfila, e non dà il tempo di osservare meglio le nicchie, né a che distanza sia esattamente dai binari.

Per una di quelle casualità che non si sa quando sono successe, questo enorme edificio se ne sta lì, accanto ai treni che passano, e non si capisce se sono i treni ad avere sbagliato strada o lui ad essere costruito lì per caso.

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Di come i film migliori sono quelli che ancora devono uscire.

Il secondo me di cosa vedere nel 2014

Ci sono poche cose che mi danno lo stesso senso di tristezza delle slideshare con le copertine dei film dell’anno appena passato, pubblicate da più o meno tutti i giornali/blog/siti a pochi giorni dalla data x che è per tutti – volenti o nolenti – il 31 dicembre.

Capodanno non è mai stato tra le mie feste del cuore, anzi sono tra quelle che lo aspettano con l’ansia di quello che non sono riuscite a fare durante l’anno appena passato – vedere film decenti per esempio – e con la prospettiva di un anno nuovo all’insegna del chissà.

Oh, ma chi sto prendendo in giro. Il mio vero dramma di capodanno è esattamente lo stesso di tutti: cosa fare la durante l’ultima notte dell’anno. E i film e la vita post primo gennaio vengono contemplati come problemi al massimo durante il pomeriggio del primo gennaio.

Ma l’essenzialità di avere una festa di capodanno a cui andare è un’altra storia, e anzi può essere che questa lista sia per i più zen di noi un buon suggerimento su come passare, se non proprio la serata stessa, almeno i giorni sonnolenti che vanno dal primo gennaio fino all’epifania, prima del risveglio traumatico nella propria vita di persone con altre attività oltre a stare sdraiati sul divano. Su su, lo sappiamo tutti come funzionano i torrent e che le release americane sono sempre qualche bel mesetto prima di quelle italiane.

Ma torniamo a noi: trovando io parecchio poco allettante l’idea di recuperare ogni anno i film di quello prima che mi sono persa, ho deciso di offrirmi una buona ragione per inserire tra i propositi 2014 quello di andare più spesso al cinema.

Sì, perchè in uscita ci sono parecchie cosette che mi ispirano. Continua a leggere

Di come le cover non sono karaoke.

Top Ten del secondo me.

Fare una cover non è karaoke.

È tra le cose più difficili che un bravo musicista possa decidere di fare quando ha un faro puntato in faccia e millemila o anche solo cinque persone davanti.

Perché fare la cover di un pezzo di successo può far scattare il confronto, e nessuno vuol far pensare al proprio pubblico di aver buttato i suoi soldi per andare a sentire uno che cavolo, bravino, ma vuoi mettere la-band-originale.

Ci sono state decadi musicali in cui le cover erano socialmente accettate, e anzi spesso la cover di un pezzo altrui poteva legittimamente portarti sulle vette delle classifiche mondiali, facendo dimenticare l’originale senza che qualcuno se la prendesse.

Sarebbe troppo facile fare l’esempio di “The man who sold the world” dei Nirvana, tecnicamente *di* David Bowie, anche perché non è stata davvero una hit.

Probabilmente il successo più successo che sia mai stato scippato ad un’altra cantante è l’indimenticato “I will allways love you”, che ha sciolto i cuori delle ragazzine degli anni Ottanta con la voce di Whitney Houston. In realtà ogni singolo acuto era di Miss Dolly Parton, con sbuffare di vestitini rosa ed esse arrotolata da cantante country.

Poi è arrivato X Factor e le cover sono diventate pezzi famosi cantati da sconosciuti con la base registrata, e un numerino sotto per televotare. E allora oggi se dici “cover” l’immaginario comune pensa a cose tipo Giusi Ferreri che canta Tenco, e per questo Simona Ventura brucerà all’inferno.

Epperò io le cover, quelle fatte da gente che sa cosa sta facendo, le adoro. Perché suonando quelle è come se il tuo cantante preferito ti aprisse la porta della sua stanza di adolescente, dove accennava i primi accordi di chitarra cantando le canzoni dei suoi miti.

Come se scendesse dal palco e si mettesse anche lui vicino a te, ad ascoltare il dio della serata con il microfono in mano, proprio come stai facendo tu con lui in quel momento.

Fare una cover è come dire ‘avrei voluto scriverla io’. Continua a leggere