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Di X Factor e del fattore x nella disco music

La disco music viene dall’Alto Adige, più propriamente da Ortisei. Ortisei è un paesino della val Gardena in cui si parla ancora il ladino, ricorda abbastanza le pubblicità con gli omini della Loacker e d’inverno diventa uno di quei villaggetti da mettere nelle palle con la neve finta dentro.

Da qui – Alto Adige, non Trentino, ma il mio campanilismo in questi casi va poco per il sottile – viene il miglior produttore di musica degli anni Ottanta, e si chiama Giorgio Moroder. Per l’esattezza si chiama Hansjoerg Moroder, ma Giovanni Giorgio non era il massimo da scrivere su un disco.

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Giorgio Moroder e il suo incarnare la disco music

Questa sera l’uomo dietro una serie interminabile di hit anni Ottanta sarà a X Factor e, quando l’ho letto su internet, mi è tornata in mente la playlist a lui dedicata che è rimasta per anni nel mio iPod. Poi mi è tornato in mente anche che ho un blog e che spesso lo intaso con le liste. E una top 5, con Giorgio Moroder, si scrive quasi da sola.

C’è una ragione per cui io adoro gli anni Ottanta, oltre che per il loro altissimo dosaggio di trash: la magia. I migliori film del decennio sono storie di formazione, di quelle che sai esattamente come vanno a finire ma non puoi non arrivare fino ai titoli di coda e sentirti un po’ anche tu figo come Maverik sul suo Tomcat o tonica come Alex, che sgambetta con i suoi pantacollant neri. Tutti riferimenti tutt’altro che casuali, e questo la dice lunga su chi sia stato il nostro Moroder. Continua a leggere

Dell’adolescenza che ogni tanto ritorna

Da giorni sono occupata in quell’impresa in cui ogni compulsiva dell’ordine ogni tanto si imbarca: classificare, datare, mettere la copertina ai brani della propria libreria iTunes, ovviamente cancellando tutte quelle canzoni ormai impresentabili, sopravvissute non si sa come ad ogni cambio del pc e ad ogni formattazione senza backup.

Così ho scoperto piccoli tesori di un’adolescenza che credevo ormai finita da tempo, ma tornata dopo il primo giro di chitarra dei Nickelback.

Chi, come me, ha trascorso i propri anni di disadattamento adolescenziale nell’arido decennio a cavallo tra i Novanta e il Duemila, sa che nulla di quanto musicalmente prodotto ha davvero lasciato un segno, nè nella storia della musica, nè in quella della moda.

Noi nati a fine anni Ottanta non abbiamo ricordi della morte del grunge ed eravamo troppo piccoli per apprezzare a pieno le stelle cadenti del decennio delle boy band e del canto sincopato. La nostra colonna sonora di formazione non se la ricorda più quasi nessuno e a volte nemmeno noi, tranne quando facciamo le pulizie di primavera al nostro lettore mp3.

Però, però: siamo stati la prima generazione a scoprire che l’inglese studiato alle medie serviva a capire le canzoni dei video su Mtv, i primi a imparare i testi su internet dal mitico sito angolotesti.it, quelli che conoscevano la parola magica da digitare su google, “lyric” con la y al posto giusto.

Non solo, siamo stati anche gli ultimi ad aver iniziato ad ascoltare musica guardandola alla televisione, rigorosamente su Top of the Pops il sabato pomeriggio.

Ecco la mia top ten delle canzoni dell’adolescenza: non so cosa dicano di me, ma sicuramente non spariranno mai dalle mie playlist.

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Di come le cover non sono karaoke.

Top Ten del secondo me.

Fare una cover non è karaoke.

È tra le cose più difficili che un bravo musicista possa decidere di fare quando ha un faro puntato in faccia e millemila o anche solo cinque persone davanti.

Perché fare la cover di un pezzo di successo può far scattare il confronto, e nessuno vuol far pensare al proprio pubblico di aver buttato i suoi soldi per andare a sentire uno che cavolo, bravino, ma vuoi mettere la-band-originale.

Ci sono state decadi musicali in cui le cover erano socialmente accettate, e anzi spesso la cover di un pezzo altrui poteva legittimamente portarti sulle vette delle classifiche mondiali, facendo dimenticare l’originale senza che qualcuno se la prendesse.

Sarebbe troppo facile fare l’esempio di “The man who sold the world” dei Nirvana, tecnicamente *di* David Bowie, anche perché non è stata davvero una hit.

Probabilmente il successo più successo che sia mai stato scippato ad un’altra cantante è l’indimenticato “I will allways love you”, che ha sciolto i cuori delle ragazzine degli anni Ottanta con la voce di Whitney Houston. In realtà ogni singolo acuto era di Miss Dolly Parton, con sbuffare di vestitini rosa ed esse arrotolata da cantante country.

Poi è arrivato X Factor e le cover sono diventate pezzi famosi cantati da sconosciuti con la base registrata, e un numerino sotto per televotare. E allora oggi se dici “cover” l’immaginario comune pensa a cose tipo Giusi Ferreri che canta Tenco, e per questo Simona Ventura brucerà all’inferno.

Epperò io le cover, quelle fatte da gente che sa cosa sta facendo, le adoro. Perché suonando quelle è come se il tuo cantante preferito ti aprisse la porta della sua stanza di adolescente, dove accennava i primi accordi di chitarra cantando le canzoni dei suoi miti.

Come se scendesse dal palco e si mettesse anche lui vicino a te, ad ascoltare il dio della serata con il microfono in mano, proprio come stai facendo tu con lui in quel momento.

Fare una cover è come dire ‘avrei voluto scriverla io’. Continua a leggere