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Di come non ci sono più le locomotive di una volta.

Il senso del PD per le canzoni

E insomma, al netto della retorica dell’a-ognuno-quel-che-si-merita, possiamo dire che – all’oggi – la mia generazione politica ha le canzonette peggiori.

Non che ci si voglia sempre lamentare, per carità, ma avere come canzone di formazione –al tempo del Lingotto 2007 il nuovo era Veltroni – ‘mi fido di te‘ di Jovanotti son cose che segnano una storia politica. Soprattutto se il ritornello fa ‘cosa sei disposto a perdere?’.

Certo, in questa sfida al giovanilismo più suicida anche Bersani, a suo tempo, aveva sfoderato l’artiglieria pesante, andando a ripescare il sempreverde Vasco di ‘Un senso‘.
E anche in questo caso alle malelingue piaceva aggiungere ‘anche se questa storia, un senso non ce l’ha‘.

Prima regola delle canzonette: non importa quanto il titolo possa essere azzeccato per la campagna elettorale, e importa ancora meno che il fonico sfumi – guarda caso – proprio su quella rima portajella. Se fai il giovane dentro che conosce i gusti dei giovani fuori devi sapere che sulla Smemoranda i testi delle canzoni si copiano per intero, terze strofe incluse, ( lo si fa davvero ancora?) ovviamente dopo averle mandate a memoria.

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